Il tuo CV in inglese somiglia a quello di tutti gli altri (e il motivo si chiama intelligenza artificiale)

Il tuo CV in inglese somiglia a quello di tutti gli altri (e il motivo si chiama intelligenza artificiale)

Scrivere il CV con l'AIC’è una parola che negli ultimi due anni ha invaso i curriculum in inglese che riceviamo per la revisione: spearheaded. Prima del 2023 la incontravamo ogni tanto, di solito nei profili di chi aveva davvero guidato un progetto importante. Oggi la troviamo ovunque. La usa il neolaureato che ha organizzato la festa di facoltà, il commerciale che ha “spearheaded” l’invio di una newsletter, il manager che l’ha messa quattro volte nello stesso documento. Insieme a lei sono arrivate le sue compagne di viaggio: leveraged, passionate, results-driven, dynamic professional.

Cosa è successo? È successo che milioni di persone hanno iniziato a far scrivere il proprio CV a ChatGPT, o a strumenti simili. E questi strumenti, lasciati a se stessi, producono tutti la stessa lingua: corretta, fluida, professionale. E identica per tutti.

Il paradosso del curriculum perfetto

Qui sta il punto che molti candidati non vedono. Il curriculum è uno strumento di differenziazione: serve a far dire al recruiter “questa persona la voglio sentire”, in mezzo a una pila di altre cento candidature. Se il tuo CV è scritto nella stessa identica lingua delle altre novantanove, hai ottenuto l’effetto opposto: sei diventato invisibile proprio nel momento in cui dovevi distinguerti.

I recruiter, soprattutto quelli anglosassoni, questo fenomeno lo conoscono benissimo. Ne parlano apertamente nei loro gruppi e nei loro podcast: riconoscono un CV generato dall’AI in pochi secondi, non perché abbiano strumenti di rilevamento sofisticati, ma perché leggono centinaia di curriculum a settimana e l’occhio si allena in fretta. Gli indizi sono sempre gli stessi: aggettivi gonfi e vuoti, frasi che potrebbero descrivere chiunque, risultati dichiarati ma mai circostanziati, un inglese impeccabile che però non dice niente di te.

Attenzione: il problema non è l’errore. Un recruiter perdona un articolo sbagliato molto più volentieri di un profilo che sembra uscito da uno stampo. Il problema è l’assenza di una persona dietro le parole.

Quello che l’AI non può sapere di te

Un curriculum efficace vive di dettagli che solo tu possiedi. Il numero preciso di clienti che gestivi. Il nome del mercato che hai aperto. Il fatto che quel progetto l’hai portato a termine con metà del budget previsto, o con un team che parlava tre lingue diverse, o mentre l’azienda attraversava una riorganizzazione. Sono questi elementi a rendere credibile un’esperienza, perché sono verificabili, specifici, impossibili da copiare.

L’intelligenza artificiale, per quanto brava a scrivere, questi dettagli non li conosce. E quando non conosce qualcosa, fa quello che sa fare meglio: riempie il vuoto con formule generiche. “Managed cross-functional teams to deliver impactful results” è una frase grammaticalmente perfetta che non significa assolutamente nulla. “Coordinated a 6-person team across Italy and Germany, cutting delivery times from 12 to 8 weeks” è una frase che fa alzare il telefono a un selezionatore.

La differenza tra le due non è una questione di inglese. È una questione di contenuto. E il contenuto sei tu.

Come usare l’AI senza farti male

Sarebbe sciocco dirti di non usare questi strumenti: sono utili, veloci, e per chi non ha un inglese solido possono evitare errori imbarazzanti. Il punto è capire qual è il loro posto nel processo.

L’AI funziona bene come primo abbozzo o come correttore: le dai una frase scritta da te, ricca dei tuoi dettagli, e le chiedi di sistemare la grammatica o di proporti un verbo più preciso. Funziona malissimo come autore: se le chiedi “scrivimi la descrizione del mio ruolo di project manager”, ti restituirà la descrizione del ruolo di project manager di chiunque altro al mondo.

La regola pratica che suggeriamo ai nostri clienti è semplice: ogni riga del tuo CV deve contenere almeno un elemento che nessun altro candidato potrebbe scrivere. Un numero, un nome, un contesto, un risultato misurato. Se una frase potrebbe stare nel curriculum del tuo collega di scrivania senza che nessuno se ne accorga, quella frase va riscritta. Prova a fare questo test sul tuo CV attuale: scoprirai quante righe non superano la prova.

C’è poi una seconda verifica, più sottile, che riguarda la voce. Rileggi il tuo CV in inglese ad alta voce e chiediti: queste cose le direi così a un colloquio? Se la risposta è no, hai un problema, perché prima o poi quel colloquio arriverà, e la distanza tra il candidato sulla carta e la persona nella stanza è una delle cose che i selezionatori notano di più. Un CV deve prepararti il terreno, non costruirti un personaggio che poi dovrai interpretare.

La scorciatoia che non era una scorciatoia

In fondo questa storia dell’AI ha solo reso più visibile una verità che vale da sempre: scrivere un buon curriculum è un lavoro di scavo, prima che di scrittura. Bisogna tornare sulle proprie esperienze, recuperare i numeri, ricordare i contesti, scegliere cosa pesa di più. È un esercizio faticoso e anche prezioso, perché ti obbliga a mettere a fuoco il tuo valore professionale — cosa che torna utile ben oltre il CV, dal colloquio alla negoziazione dello stipendio.

Chi delega tutto questo a una macchina non sta risparmiando tempo: sta saltando il passaggio che dava senso a tutto il resto. E si presenta sul mercato con un documento che parla una lingua perfetta per dire cose che non lo riguardano davvero.

Il nostro mestiere, da quasi vent’anni, è proprio questo scavo fatto insieme: tirare fuori dalla tua esperienza ciò che ti rende diverso e scriverlo in un inglese che suona naturale a chi l’inglese lo parla da madrelingua. Le macchine, nel frattempo, le usiamo anche noi — ma come si usa un dizionario, non come si usa un ghostwriter.

Se vuoi capire se il tuo CV in inglese supera il test della specificità, scrivici: la prima occhiata te la diamo volentieri.

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